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Recensione opera lirica Semiramide di Gioachino Rossini a Pesaro

William Fratti, 27/08/2019

In breve:
Pesaro, il agosto 2019 - Recensione dell'opera lirica Semiramide di Gioachino Rossini in scena al Rossini Opera Festival di Pesaro.


La monumentale Semiramide è una delle poche opere serie di Gioachino Rossini a non essere mai uscita dal repertorio e, proprio per questo, è stata vittima di centinaia di modifiche di volta in volta volute dalla tradizione che si andava formando nell'Ottocento e nel Novecento.

Grazie al lavoro scientifico, all'edizione critica curata da Philip Gossett e Alberto Zedda, alle precedenti edizioni pesaresi del 1992, 1994 e 2003, oggi è sempre più possibile prendere parte a rappresentazioni per lo più integrali e comunque aderenti all'originario stile rossiniano. Assistendo a una Semiramide comprensiva di tutte le pagine e tutte le note, ci si rende subito conto di quanto siano tutte necessarie, non tanto per lo svolgimento del dramma, quanto per l'equilibrio generale e la descrizione puntuale dell'animo dei personaggi, un'intera struttura psicologica descritta attraverso la perfezione degli schemi musicali.

Lungo questa linea di intenti si colloca la lettura del rossiniano DOC Michele Mariotti. Le dinamiche proposte nella sinfonia e nell'introduzione non sono molto chiare, apparentemente disequilibrate tra rallentati e accelerati, ma trovano un senso a partire dai numeri successivi, dove ogni momento dilatato porta in sé una descrittività davvero sorprendente. Alla guida della stupenda Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, Mariotti assolve l'imponente compito in maniera grandiosa, ricco di colori illustrativi particolarmente sentiti. Eccelle in maniera addirittura toccante il Coro del Teatro Ventidio Basso preparato da Giovanni Farina; i sussurrati nell'introduzione sono da pelledoca.

Salome Jicia, nel ruolo del titolo, dimostra ancora una volta di essere un'ottima interprete rossiniana, migliore rispetto ad altri repertori. Tecnicamente ineccepibile porta in scena una Regina musicalmente ben rifinita, anche se il fraseggio non è dei più emozionanti, forse mancando dello spessore autorevole necessario alla parte.

La affianca l'egregio Arsace di Varduhi Abrahamyan, anch'ella precisa e meticolosa, pure nell'uso degli accenti, oltre che negli sfolgoranti virtuosismi, senza però sorprendere nella passionalità.

Superato a pieni voti il debutto al ROF di Nahuel Di Pierro nei panni di un Assur severo, seppur non imponente, audace, seppur un poco misurato. Il colore vocale appare perfetto, la tecnica ben rifinita, le agilità ben impostate, nonostante lo accompagni di sovente un leggero movimento della testa.

Entusiasmante e coinvolgente l'Idreno di Antonino Siragusa, che arricchisce tutta la parte di colori e sfumature addirittura commoventi, sentendosi chiaramente l'esperienza pluriennale. Le variazioni sono naturalmente adattate alla sua voce di oggi.

L'Oroe di Carlo Cigni è forse il personaggio più riuscito dello spettacolo. La sua interpretazione ascetica segue una linea narrativa tutta sua e Cigni la sa mantenere con grande equilibrio. Peccato che lo stile di canto non sia così marcatamente rossiniano e che si senta una certa fatica nelle note più gravi.

Efficaci Martiniana Antonie nei panni di Azema, Alessandro Luciano in quelli di Mitrane e Sergey Artamonov quale grave e solenne Ombra di Nino.

Lo spettacolo, coprodotto con l'Opéra Royal de Wallonie di Liegi, messo in scena da Graham Vick, con le affascinanti scenografie e i pregiati costumi di Stuart Nunn e le incantevoli luci suggestive di Giuseppe Di Iorio, desta numerose domande come già per Guillaume Tell.

Contrariamente alle produzioni de L'inganno felice e Mosè in Egitto, di comprensione ben più immediata, Semiramide è densa di simbolismi, atteggiamenti e gestualità così disparate da trasmettere, in maniera più o meno conscia, molteplici significati. Uscire da teatro con delle domande è sicuramente incoraggiante e stimolante.

Questo spettacolo è da rivedersi almeno un altro paio di volte, come Guillaume Tell. In ogni caso, che piaccia o non piaccia, Vick lavora meticolosamente, dando valore ad ogni nota e soprattutto ad ogni parola, con sorprendente aderenza alla partitura.

 
 
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