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Recensione opera lirica Jérusalem di Giuseppe Verdi al Festival Verdi 2017

William Fratti, 27/10/2017

In breve:
Parma - Recensione dell'opera lirica Jérusalem di Giuseppe Verdi in scena al Festival Verdi 2017 il 20 ottobre a Parma.


L'edizione critica di Jérusalem, rifacimento francese de I Lombardi alla prima crociata, a cura di J├╝rgen Selk, inaugura il Festival Verdi 2017.

In questi mesi chi si è avvicinato allo spartito per la prima volta ha spesso commentato che si trattasse di un'opera nuova e non di una versione francese. Nulla di nuovo, il fatto era già certo e assodato: il libretto italiano de I Lombardi non è tradotto, ma è fonte di una nuova trama, la traduzione avviene solo quando Jérusalem è portata sui palcoscenici italiani col titolo di Gerusalemme; la musica è pressoché la stessa, ma ricostruita sul nuovo testo e le nuove voci, con piccoli tagli e moltissima musica nuova dove già si intravede il genio di Don Carlo - soprattutto nella marcia dei crociati - e di Aida - nella scena del giudizio di Gaston.

Lo spettacolo interamente ideato da Hugo De Ana porta indiscutibilmente la sua cifra stilistica, accomunandosi ad altri preziosi allestimenti ideati sui palcoscenici più importanti di tutto il mondo, ma in questo viene a mancare le coup de thé├ótre, pertanto ci si aspetta sempre di assistere a qualcosa di eclatante che invece mai accade. L'impressione è che abbia voluto essere troppo cauto. Addirittura lo spazio creato per la marcia, che avrebbe potuto essere un momento di grandeur nello stile del terzo atto di Don Carlo, appare registicamente troppo vuota. Indubbiamente si accontenta il loggione, storicamente allergico alle novità eccessive e alle rivisitazioni, ma in questo modo si porta la cultura verso il banale, il già visto e l'ombra della noia è sempre dietro l'angolo.

Il tedio colpisce soprattutto durante il lungo divertissement, dove Leda Lojodice, contagiata da estrema cautela, crea una modesta coreografia decisamente didascalica, quando invece avrebbe potuto usare questo lungo tempo per raccontare una storia. Gli spettatori estremamente conservatori felicemente applaudono.

Daniele Callegari, sul podio della Filarmonica Arturo Toscanini, riesce a creare un buon amalgama, ma si fa prendere troppo la mano dal maestoso francese, talvolta dimenticando il nervo verdiano e i pezzi d'assieme dei primi due atti risultano monotoni durante la prova generale. Invece l'ultima recita risulta più che convincente, smaltata e brillante. Ottimo è tutto il quarto atto, soprattutto il coro d'apertura, complice la bravura indiscussa del Coro del Teatro Regio di Parma preparato da Martino Faggiani.

La Hélène della prova generale - pertanto non criticabile - era Annick Massis, che si è cimentata in una parte infarcita di troppe variazioni verso l'acuto. Diversamente Silvia Dalla Benetta porta in palcoscenico tutte le note della partitura, tutte appoggiate e intonatissime, facendosi ascoltare anche in basso, con un'ottima emissione mista. La sua è una voce propriamente adatta al repertorio del primo Verdi e più in generale del drammatico di agilità, sia per il timbro particolare contraddistinto da slanci vigorosi e messe di voce elegantissime sia per la tecnica perfettamente impostata e arricchita di un ottimo uso dei fiati e del legato. In questa lunga opera mette così in mostra le sue agilità nella polacca di secondo atto e nella cabaletta di terzo, così come un canto morbido e raffinato nel duetto con Gaston e nella grande aria dopo i ballabili.

Ramon Vargas è un Gaston piuttosto efficacie e buon fraseggiatore, ma poco luminoso, presumibilmente perfetto per ripercorrere la prima parigina del 1847 quando Gilbert Duprez, proveniente da un repertorio dolce ed elegiaco, si presentava con una voce talvolta elettrizzante e talvolta indurita. Purtroppo mancano irrimediabilmente i due do presenti sullo spartito.

Il Roger della prova generale era Michele Pertusi - già Pagano nelle due edizioni precedenti de I Lombardi parmigiani - che si è prodigato nella consueta lezione di belcanto. Alla recita del 20 ottobre è Mirco Palazzi, dotato di voce più scura e con una buona linea di canto, ma calante negli acuti della prima cabaletta. Molto buona è invece la resa del terzetto e del finale ultimo.

Più che efficaci le parti di contorno, a partire dal brillante Raymond di Paolo Antognetti e la salda Isaure di Valentina Boi. Massimiliano Catellani è un buon emiro, mentre ci si aspettava più corpo dal legato pontificio di Deyan Vatchkov durante la sortita e la scena del giudizio di Gaston, quando invece risulta ben centrato in tutte le altre parti dell'opera.

Concludono gli adeguati Pablo Galvez, Matteo Roma e Francesco Salvadori.

 
 
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